Gli 8 Segreti sul canto che (forse) non sapevi

Se c’è qualcosa che ha davvero cambiato il mio approccio allo studio, è stato proprio la pratica del canto.

Sono cresciuta con la concezione “Più fai e più ottieni, più ti sforzi e più avrai, più spingi più ricevi”, stile educazione siberiana.

E’ un concetto lineare, semplice, logico, pulito.

Questo è stato il mio mantra, che mi ha aiutata a superare gran parte delle difficoltà, finché ad un tratto non ho intrapreso la strada del canto. E sapete cosa ho capito? (Ci ho messo un’ infinità di tempo, forse troppo, ad accettarlo).

1 – La vera difficoltà non è nello sforzo, ma è nella ricerca di un equilibrio.

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Il principio “Più dai più hai” per il mio cervello iper razionale e concreto (e abbastanza imbranato), è sempre stato giusto, ai limiti dell’esagerazione. Forse è stata la cosa più difficile da declinare, più difficile dello studio della tecnica stessa.

Nel canto il dare troppo fisicamente, oltre il necessario, è controproducente.

Non fraintendetemi, non intendo lo studio mentale: lo studiare lo spartito in maniera intensa, l’applicazione concettuale è sempre proporzionata al risultato, ma quando si tratta di far funzionare una macchina perfetta come il corpo, qualsiasi sforzo fuori misura e qualsiasi tensione che faccia spostare il baricentro è deleteria.

Strano a dirsi, siamo così abituati a vedere video di cantanti con bocche spalancate, paonazzi e con le vene in rilievo, che ci siamo convinti che sia una reazione normale, anzi, a cui aspirare. Siamo sicuri che per dare il meglio di noi si debba forzare lo strumento o che solo urlando un acuto riusciremo a sortire l’effetto meraviglia alla “oooooh, che voce!”.

Niente di più falso e dannoso.

Come dico sempre, ciò che bisogna ricercare è la proiezione, la voce in maschera, lo squillo, e non il volume con la forza.

Abbiamo già parlato (qui) di come è il cervello a comandare, a mandare il segnale alle nostre corde vocali affinché vibrino all’esatta frequenza della nota che vogliamo ottenere, e abbiamo già detto (qui) che una qualsiasi, anche la più piccola delle tensioni di collo, mandibola, gola (…) può solo danneggiare questa perfetta comunicazione.

Allora va da sé che ostinarci a sforzare la voce per generare acuti o frasi particolarmente difficili li renderà ancora più difficili, intrappolerà la voce all’interno della nostra gola provocando l’effetto opposto e ci farà sembrare dei rospi sul punto dell’esplosione.

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La ricerca della proiezione e della morbidezza, al contrario, libera la voce, la rende leggera e duttile. Queste caratteristiche non sono altro che il perfetto equilibrio tra tutti gli elementi.

Efficienza e equilibrio: il giusto lavoro per il massimo risultato.

2 – Il canto non è un discorso di forza, ma di energia.

Abbiamo appena spiegato come la trappola della forza sia dannosa al canto e al corpo, ma vorrei spendere due parole sul discorso energetico.

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Vi faccio un esempio applicandolo alla nostra lingua:

Nella lingua italiana non è prevista una sequenza standard dei complementi, ma i concetti vengono espressi dando più enfasi alle parole che hanno un maggior spessore concettuale o a cui noi stessi vogliamo dare più valore.

(Non a caso, i tedeschi, che invece hanno un linguaggio iper regolato e neutro, quando ascoltano un italiano parlare hanno l’impressione di un attore che reciti una parte in maniera molto teatrale).

L’energia della frase deve essere dosata e tenuta fino al momento culminante, fino alla parola più importante, in una frase parlata così come in una frase cantata (in cui, se la musica è ben scritta, il concetto principale coincide con un climax musicale).

Strano a dirsi, questo risolve alcuni problemi di intonazione, soprattutto nei passaggi chiave che vanno verso un acuto o in quelle in cui le note sono più lunghe.

(Un consiglio pro level: aiutati con la scansione metrica, non dare accenti ovunque ma solo sul tempo forte e impara a sviluppare una visione d’insieme per dosare l’energia).

Non mollare mai la tensione. Genera un’energia crescente.

Se perdi l’energia e la posizione in maschera prima di un acuto dovrai riacquisirla con la forza e con la spinta, se invece manterrai la tensione, l’acuto sarà “già pronto”, sarà solo una conseguenza di ciò che hai mantenuto fino a quel momento.

E farai venire la pelle d’oca.

Non solo terrai l’ascoltatore attaccato alla tua performance, ma darai un senso della frase, del legato ed eviterai un’esecuzione scolastica e frammentata.

3 – La ricerca di un problema va fatta a monte del problema stesso.

Questa massima filosofica si può applicare perfettamente anche al canto. E’ un concetto che abbiamo già accennato nello scorso articolo.

Un acuto pesante, una vocale calante o crescente possono avere origine da errori e stonature commesse precedentemente all’errore che risulta più evidente.

Il trucco? Ripercorrere mentalmente (o con l’aiuto di un registratore) a ritroso da fine frase fino al punto in cui ha origine l’errore, spesso è di natura tecnica o di studio (ne parliamo abbondantemente qui) oppure è un errore di altra natura, per esempio abbiamo perso la tensione e l’energia, come spiegavo nel punto precedente.

4 – Il volume non è dato dalla forza della gola, ma dal fiato, dallo squillo e dall’articolazione delle parole.

Alcuni di noi nascono con la camicia, questi fortunati hanno avuto da madre natura un corredo di corde robuste e voci che nel gergo tecnico vengono definite CANNONI. Cannone = grossa canna d’organo, tanto fiato, tanta voce, tanto volume.

Tutti gli altri poveretti comuni mortali, me compresa, devono sopperire a questa mancanza di volume con la tecnica.

La trappola più grande nella ricerca del volume è la spinta. Ma come abbiamo detto all’inizio, un suono spinto è un suono fuori baricentro, rischia di uscire dall’asse, di perdere la proiezione, di rientrare in gola e andare dritto dritto a piombare sulle corde, danneggiandole.

Il volume si acquisisce con la proiezione (ti ricordo qui e qui il funzionamento delle onde sonore e delle frequenze alte) con la rilassatezza e l’elasticità dell’apparato.

Un altro trucco è l’articolazione delle parole.

E’ incredibile come una frase meglio articolata dia spontaneamente un senso di maggior volume.

Da un lato le consonanti ci aiutano a pronunciare meglio le parole, dando più croccantezza, le labbra, se fatte lavorare meglio, incanalano il suono, il diaframma è spontaneamente chiamato a sorreggere i suoni, la mandibola è meno statica (e quindi indeboliamo il primo punto di appoggio dannoso) dall’altro diamo più intenzione e direzione al senso della frase.

5 – Il vero canto è tra una sillaba e l’altra

Un discorso strettamente collegato alla tenuta energetica e al famosissimo e celeberrimo legato è l’allungamento della vocale.

Il vero suono si sviluppa tra una sillaba e un’altra, tra una nota e l’altra.

L’esercizio è quello di allungare la vocale, prima di tutto parlando, generando una sorta di cantilena. Questa lagnosa sequenza di suoni dovrà essere trasferita nel canto.

Personalmente trovo questo esercizio molto faticoso a livello mentale e di concentrazione, in quanto nella vita quotidiana non parliamo così e durante il canto dobbiamo pensare a quarantamila altre cose, ma fidatevi, ha degli incredibili effetti positivi:

Legato, tensione energetica, intonazione migliore risultato meno scolastico e professionale.

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Piccolo upgrade.

Un trucco infallibile per allungare al massimo la vocale, evitare di interrompere l’energia e il fiato è il posizionamento della consonante successiva alla vocale.

Adesso verrò lapidata da tutti gli insegnanti di grammatica, ma il canto è anche correre questi rischi.

Ci sono sillabe che finiscono con una consonante. Il trucco è quello di trasferirla alla sillaba successiva in maniera tale da prolungare al massimo la vocale come se fosse un flubber.

(Per chi non lo sapesse, il flubber è questo. Fa schifo ma rende l’idea)

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Per esempio, la parola mamma, la cui divisione giusta sarebbe mam-ma, nel canto dovrebbe essere ma-mma.

Quindi la regola è: non chiudere troppo in fretta la vocale, falla sfogare e trasferisci tutte le consonanti alla nota successiva.

Lo stesso vale anche per le sillabe intervallate da gruppi di consonanti, ad esempio le parole “Lascia ch’io pianga”: posticipa più che puoi i gruppi sc e ng anche se istintivamente ti verrebbe da dirle prima e interrompere la vocale A.

6 – Le vocali di lunga durata vanno ricaricate

Se ci troviamo ad affrontare una vocale lunga, per esempio in una frase molto lenta, è davvero difficile tenere la concentrazione in tutte le microfrazioni di secondo, e quindi il rischio fortissimo è quello di calare di intonazione verso fine nota.

Quello che dobbiamo cercare di fare è “ricaricare” il suono, ovvero dare più energia nella parte finale della vocale.

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Se mentalmente pensiamo di rinnovare e rinfrescare l’energia, saremo portati ad appoggiare di più e richiamare più fiato, che ci aiuterà nel tenere l’intonazione, eviterà di calare e di trascinarci la stonatura dietro come una scia fastidiosa.

Spesso troviamo queste lunghe note negli acuti. E questo ci porta direttamente al prossimo punto senza passare dal via.

7 – La difficoltà non è la salita, ma la discesa.

L’acuto è ciò che tutti aspettano, la punta di diamante dell’aria e del brano, ma ciò che nessuno dice eppure è talmente ovvio da essere sottovalutato è che a seguito dell’acuto c’è sempre una discesa.

E tenere l’intonazione nella discesa è ben più complesso di trovarla nella salita.

Se l’acuto è uno slancio emotivo, può uscire anche sforzandosi o urlando, la discesa è un vero e proprio tecnicismo. Senza la tecnica atterri, cadi e ti fai male.

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Il canto è un po’ un insieme di paradossi: fare bene un acuto dobbiamo pensare di andare fisicamente verso il basso (appoggio) per discendere dobbiamo pensare di rimanere in alto (sostegno).

L’intonazione della discesa deve essere attaccata e mentalmente similissima a quella della nota più alta, in particolare nelle discese di grado congiunto, e ciò richiede una grande concentrazione e un gran lavoro del fiato.

Trucchetto: (collegato al punto precedente)

Solitamente troviamo la nota lunga in un acuto (tenuto più a lungo possibile per generare il brividino) ma senza una discesa all’altezza della situazione commettiamo letteralmente un omicidio.

Il trucco è ricaricare il finale della nota lunga per riacquisire energia, appoggio e intonazione per affrontare la discesa.

8 – Essere cantanti è come essere tuffatori

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No, non hai letto male (e io non ho appena assunto una dose).

Prima di essere artisti, i cantanti sono atleti.

Cura costante, disciplina, allenamento, sacrifici, attenzione al cibo, non fumare, non bere, dormire bene, non sovraccaricare, ricerca dell’efficienza nella tecnica.

Questi sono i valori d’oro sia di un cantante che di un atleta.

E specifico, di un cantante, non di un musicista generico. Il nostro corpo è il nostro strumento e va trattato con estremo rispetto e dedizione.

Ma perché proprio tuffatori?

Ho notato parecchie similitudini concettuali tra le due pratiche:

  • Preparazione:

Guardiamo la perfezione della preparazione di un tuffatore: equilibrata, elastica, mai rigida. La ricerca dell’equilibrio, della giusta energia per partire.

La paura ci blocca, ma la nostra sicurezza e la fiducia nello strumento devono superarla.

Una volta che ti dai lo slancio non puoi più tornare indietro.

Se sei rigido in partenza sai già che non darai il massimo.

Sei sei troppo lento perdi elasticità.

Se tiri troppo ti porti il troppo fino alla fine.

Per noi cantanti è il fiato che inaliamo e la muscolatura che tendiamo. Mai troppo, mai troppo poco, il corpo è attivo ma non rigido.

Siamo consapevoli che sapremo come è andato il tuffo solo a posteriori. Allo stesso modo sapremo come è uscita la nota solo dopo averla eseguita.

  • Slancio:

La quantità di energia necessaria per ottenere quello che vogliamo, non di più e non di meno.

L’attacco è l’embrione della frase, se è buono, proiettato, non intimorito ma neanche troppo aggressivo allora abbiamo possibilità che la frase sia buona, se non è buono non possiamo sperare di trovare una buona esecuzione.

Una raccomandazione: prendi la nota con precisione, non partire dal basso per salire alla nota di interesse.

  • Esecuzione

Non hai tempo per pensare.

La tua esecuzione è il risultato diretto di tutti gli allenamenti che hai fatto, le meccaniche sono troppo veloci per gestirle sul momento, la caduta è una frazione di secondo.

Eleganza e pulizia.

Devi sfruttare tutta l’energia accumulata all’inizio per portare a casa il massimo.

Non perdere mai la concentrazione e l’ordine, le gambe, gli addominali come il fiato, l’intonazione il ritmo sono governati dalla mente.

Nel canto hai più tempo, ma non per questo puoi pensare troppo durante l’esecuzione. Puoi riflettere qualche millisecondo in più, puoi prepararti un po’ di più ma se pensi troppo rallenti il tempo, perdi la concentrazione su tutte le altre cose e ti irrigidisci.

Se hai paura delle altezze, sia metriche che vocali devi superarle con la costanza dell’allenamento.

Prima di iniziare devi avere già una visione d’insieme di ciò che accadrà.

Lo scopo della tecnica è non pensarci più.

  • L’entrata in acqua

Niente schizzi e verticalità perfetta.

Niente sbavature e intonazione precisa a fine frase e nelle discese. Vuol dire concentrazione tenuta fino alla fine, fino a fine frase.

La fine è importante tanto quanto l’inizio.

Sei davvero arrivato fin qui? Ammazza che pazienza. 10 punti.

14 Comments:

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